Questioni escatologiche (prima parte)
Mar 25, 2025
di Emanuele Sinese
Introibo
Il termine escatologia deriva dal greco “eskathos” e significa ultimo. Già nell’Antico Testamento è presente un riferimento all’escatologia. Nel Nuovo Testamento viene reinterpretata alla luce della Risurrezione, la quale è in relazione alla parusia, quindi al ritorno glorioso di Cristo ove il bene sarà definitivamente scisso dal male.
La Teologia della morte
Per comprendere l’escatologia, bisogna comprendere cosa sia la morte. La morte è un elemento che accomuna ogni essere vivente. L’epoca post contemporanea ha però eliminato il concetto di morte, non a caso proliferano sempre più le case del commiato, ove il defunto è li posto nel nascondimento; negli stessi nosocomi quando un degente spira, le pratiche mortuarie sono celeri e latenti, non per esclusive motivazioni sanitarie, ma bensì per incapacità da parte dei vivi di accettare suddetta sorte, quale elemento finale della vita di ogni uomo. Sorge l’istanza del motivo per cui non si accetti la morte. Le cause sono differenti, ma hanno un punto nodale: la famiglia. La nostra cultura concepisce spesso la famiglia non come luogo di crescita anche spirituale, ma bensì come struttura che garantisce i soli bisogni primari. Non vi è più la capacità nelle famiglie di sviluppare la fede e in correlazione ad essa di affrontare una tematica sì delicata, ma evidente come la morte. A causa dell’oblio della fede gli aspetti principali dell’esistenza inevitabilmente cedono al relativismo e al nichilismo, tali da ridurre la vita, come la stessa morte a esclusive prerogative tecnico scientifiche, ove al soggetto è delegato in relazione al libero arbitrio, la facoltà di scegliere. Ecco quindi che la vita diviene un substrato chimico(inseminazione artificiale) e la morte una esclusiva pratica tecnica(eutanasia, suicidio assistito). La morte ha sempre destato timore, attualmente lo crea ancor di più perché l’umano volontariamente ha eliminato il trascendente. In riferimento Schleiermacher reputa sia la vita, che la morte come “spiragli” attraverso i quali l’uomo intravede l’infinito. Purtroppo anche fra molti cristiani si è assunta la posizione materialista in relazione alla morte, tale da non consentire una reale preparazione, dacché per taluni non è l’incontro con il fautore dell’essere, bensì il fine del tutto.
Premesse teologiche
Nell’antica Grecia, uno dei più influenti pensatori, Platone nel riflettere sulla morte, la reputava come momento sublime, in quanto l’anima prigioniera nel corpo, poteva vagare nell’Ade in modalità libera e soprattutto immortale. In Platone la morte appare come amica dell’uomo, in quanto lo libera dalla materia. Si pensi a Socrate egli ordina di celebrare la sua morte come se si partecipasse ad un banchetto e di offrire al dio Apollo un sacrificio, affinché la morte divenga una vera nascita, una entrata autentica nella vita. Tali dissertazioni sono in comune con la proposta di fede cristiana? La fede in Cristo sin dagli albori della Chiesa si basa sulla Rivelazione, la quale ribadisce di credere nell’immortalità dell’anima, ma non secondo l’ottica greca, ove essa vaga, ma bensì nella dimensione salvifica dell’esistenza. L’anima giunge a Dio e attende come la fine dei tempi, ove anche il corpo sarà glorificato. La proposta cristiana non è dualista, anima e corpo si ricongiungeranno al momento del ritorno di Cristo. La Sacra Scrittura considerando l’uomo, lo reputa una creatura di Dio indivisa, che in Cristo ha una speranza nuova.
La questione della morte nella Bibbia
Antico Testamento
Il popolo d’Israele ha una concezione della morte in corrispondenza degli insegnamenti della fede jahvista. La morte per un ebreo è la conclusione di una vita sazia, dacché colmata di ogni benedizione divina, il cui elemento tangibile e immanente è la prole. Secondo la tradizione israelita la morte prematura, così come la sterilità sono segni di un castigo divino, poiché il peccato avendo pervaso la persona, merita una condanna anche in vita. Si evince che nella realtà giudaica esiste il concetto di dannazione. Un dannato giunge infatti nello Sheol (inferno) luogo in cui Jahvè non è presente e la morte sarà in eterno la detenzione di tali anime, che a Lui unico Dio e Signore non hanno reso culto e obbedienza. L’esegesi nel tempo ha messo in evidenza che la morte da un punto di vista biblico non è una questione esclusivamente fisica, ma anzitempo spirituale, perché chi si oppone alla relazione con Dio, non può di conseguenza con Lui comunicare. Il decalogo elemento fondante per la fede ebraica, come per quella cristiana è una relazione d’amore tra il creatore e le sue creature. Chi lo contrasta, volutamente si scinde da Dio.
Morte e vita nel Nuovo Testamento
Gesù è il giusto per eccellenza. Da giusto che era, si è donato alla morte affinché le anime più beneficate giungessero alla gloria eterna. La morte non è esaltata, ma bensì concepita nell’ottica della vita eterna. Il libro dell’Apocalisse al capitolo 20, 13 chiosa così:
Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere.
Il libro dell’Apocalisse pur adottando un linguaggio catartico, mette in luce la vittoria del Regno di Dio e l’annientamento dell’antico tentatore, che conduce alla morte eterna, appunto all’Inferno. Gesù morendo, il Sabato Santo scende agli inferi, per porre fine definitivamente al regno delle tenebre, appunto lo Sheol. Dio in Cristo anche attraverso la morte, comunica la sua gloria; ciò non significa che si esalta un evento sofferto, ma che nella sofferenza accade la Pasqua. Nel dolore del passaggio dalla vita terrena a quella eterna, c’è sempre la presenza di Cristo che assurge al Padre coloro i quali hanno accettato la Rivelazione.
Quando apprende l’uomo la reale vita?
Nel momento dell’amore, che è poi la comprensione della verità. Il desiderio di una vita vera, si sviluppa nella concezione dell’alterità, quindi nell’adito al tu per eccellenza che è Dio, dal qual deriva poi la relazione anche con l’altro. La vita anzitempo terrena è il passaggio dall’io narcisista al tu liberante che è l’incontro con la grazia. Il mysterium della vita si concilia nel mysterium dell’amore nella sola misura in cui esso è aperto al trascendente. La morte di Cristo sulla croce, ci insegna ad andare oltre la pura ed esclusiva concezione biologica e materialista dell’uomo. La morte del Salvatore è il dono totale d’amore per la giustificazione delle anime. Nel dolore di Cristo, si vede il dolore dell’uomo, che vivendo si rende conto che la vita non gli appartiene. L’uomo però non deve cedere alla rassegnazione, ma bensì riconoscere che Dio, qual potenza creatrice non lo abbandonerà. Per un cristiano anche la morte è un evento cristologico, in quanto Dio in Cristo morto e risorto dona all’uomo anzitutto la salvezza e allo stesso modo la certezza della Risurrezione. Come può l’umana creatura vincere la morte? Nella misura in cui accetta Cristo, se lungo il corso dell’esistenza lo pone dinanzi al suo sé! Ecco quindi il significato della locuzione per fede siamo giustificati. La giustificazione si attua nel momento in cui si partecipa alla morte di Cristo, che consta nell’abbandono del peccato e poi nel vivere secondo giustizia. La teologia della croce, insegna il massimo valore che anche l’uomo possiede: la donazione. Donare nell’ottica divina! Si pensi ad una coppia di coniugi che genera; essa oltre a essere generosa, attua in se uno degli attributi propri di Dio che è appunto la donazione.
Per un’etica cristiana della morte
La fede in Cristo implica il sì alla vita. Il Dio di Gesù è il Dio dei viventi. Ogni vita dinanzi a Dio ha valore sublime e va vissuta sino alla fine. In ogni battezzato aleggia la Ruah, ossia lo Spirito di Dio che conduce la persona in ogni fase della sua esistenza. Il dolore non è causato da Dio e il tentativo di eliminarlo, eliminando l’uomo va in contrasto con Dio stesso(eutanasia, aborto, suicidio assistito). Nella sofferenza, qualunque essa sia si ode “l’urlo” di Cristo sulla croce, ove il Padre non viene meno, lo consola. Corretto e doveroso alleviare il dolore, non altrettanto se si elimina la persona. Eliminando la croce, si elimina la Parola di Dio per l’uomo, perché se non si ascolta la sua Parola, non si può condurre una vita realmente piena.
FONTE : Libertà e Persona
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